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Leggiamo ovunque che il tasso di percentuale delle vittime di cyberbullismo nell’ultimo anno è cresciuto esponenzialmente. La costrizione alla sedentarietà casalinga davanti al proprio device ha trasformato il bullismo in presenza in quello digitale, colpendo soprattutto la fascia di età pre-adolescenziale.

Con la DAD, i ragazzi si sono trovati a passare il proprio tempo dal computer al cellulare in un flusso costante di digitalizzazione continua. La pandemia ha stravolto tanto a tutti, lasciando strascichi e cambiamenti che ci porteremo dietro per molto tempo.

Tralasciando un attimo l’aspetto prettamente economico ed organizzativo, la reclusione forzata e l’adattamento delle attività in presenza in piattaforme online, ha portato un ridimensionamento nei metodi di apprendimento, nelle modalità di socializzazione e in quei comportamenti prepotenti e coercitivi che erano soliti svilupparsi in presenza.

Ed è così che il bullismo diventa cyber, incuneandosi nei meandri del web per insidiare paure e ansie sfruttando la costante esposizione online.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo molto più sottile e maligna, poiché colpisce le vittime sfruttando l’iperconnettività di una realtà che sembra essere, sempre più spesso, più vera di quella reale.

Negli ultimi anni, diversi studi hanno testimoniato che gli studenti molestati, hanno circa il doppio delle probabilità di sentirsi soli, sviluppare problemi di ansia e depressione, avere problematiche nella crescita, disfunzioni comportamentali ed atteggiamenti aggressivi.

È fondamentale pertanto sia da parte della scuola quanto dalla famiglia, sensibilizzare i giovani a questo fenomeno, cercando di individuare presto il problema ed allontanare quello che a tutti gli effetti possiamo descrivere come violenza informatica.

Ed è proprio in quest’ottica che, nel 2019, l’Unesco ha istituito la giornata internazionale contro il bullismo, celebrata ogni anno il primo giovedì di novembre con lo scopo di promuovere la consapevolezza nei giovani rispetto ad un fenomeno sempre più presente nella società.

 

 

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Quando facciamo lezione di Educazione Civica a scuola e leggiamo i principi fondamentali della Costituzione, spesso i miei studenti e le mie studentesse mi chiedono perché la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Conosciamo a memoria l’art.1, ma non sappiamo come mai il lavoro abbia una rilevanza tale da essere citato come fondamento del nostro ordinamento già nella primissima riga della Costituzione.
La motivazione ha un carattere storico e politico, che ha le sue radici negli ideali (quelli più moderati) della Rivoluzione Francese.
Una repubblica democratica non può che essere fondata sul lavoro, se ci pensiamo.
La nostra è quella forma di governo che vuole offrire a tutt* le stesse possibilità e gli stessi diritti.
Questo è possibile solo grazie al lavoro.
In contrasto con i sistemi monarchici, in cui la ricchezza e le possibilità di vita derivano dalla nascita e dall’appartenenza a una categoria sociale, in uno stato democratico, il lavoro è fonte di guadagno, emancipazione, indipendenza, autonomia e libertà.
Quindi, non può che essere un diritto garantito, per far sì che cittadini e cittadine abbiano parità di opportunità e di azione.
La seconda questione che di solito mi viene posta è perché se l’art.4 sancisce che il lavoro è un diritto, esiste la disoccupazione.
Questa è una domanda a cui è molto più difficile rispondere.
Di solito dico che il motivo è che l’economia è “malata”.
E uno dei sintomi più fastidiosi di questa malattia è che il lavoro, spesso, viene percepito come un privilegio.
Questa è una vera e propria perversione della nostra Costituzione, che, invece, concepisce il lavoro proprio come l’alternativa ai privilegi.
Il lavoro, in uno stato democratico, è e rimane un diritto, anche nei momenti storici più difficili.
Sappiamo che non si può fare un miracolo e che l’art.4 diventa sempre più un ideale a cui tendere, più che un punto fermo, ma non è certamente accettabile sentirsi fortunati ad avere un lavoro.
Non si tratta di una concessione, di un favore che ci vengono offerti.
Il lavoro è nostro diritto.
Risulta molto triste anche doversi trasformare, qualche volta, nei “promoter” di sé stessi, come vorrebbero le HR di moltissimi ambienti… Noi non siamo la merce o il prodotto! Noi siamo esseri umani e cittadin*.
Questo sentimento di “gratitudine” per il lavoro oppure la competizione del mercato che ci spinge a fare self-marketing sono un grado di alienazione estremo, che disumanizza l’individuo e lo de-politicizza.
Non c’è niente che lo possa giustificare, nemmeno questa gravissima crisi economica.
Il lavoro è il percorso verso l’autonomia e l’indipendenza, per definizione, quindi, non può essere alienante e costrittivo.
Certamente esistono gli obblighi, ma quando il lavoro diventa parte di noi stess* è perché lavorare ci piace, ci piace che diventi una dimensione importante della nostra vita e che ci descriva, parzialmente, come persone.
In fondo, nel nostro curriculum vitae, nel nostro percorso di vita cioè, ci sono scritte proprio le nostre esperienze lavorative, le competenze che abbiamo acquisito, l’impegno che ci abbiamo messo per diventare le persone che siamo.
E siamo persone, non merce.
Per non essere vittima dell’alienazione e dello sfruttamento, noi per prim* possiamo fare attenzione a trattarci come cittadini e cittadine e non come un prodotto commerciabile e ricordarci che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

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Che cos’hanno in comune Michela, imprenditrice che governa una PMI tra le più importanti produttrici europee di termoplastici tecnici, Rossella, ingegnere meccanico e Chiara, falegname?

Sono tre professioniste, tutte si dedicano con passione alle proprie attività e sono donne in un mondo di uomini. E allora, vi starete chiedendo?

Chiunque si affacci a una nuova professione ha il dovere di dimostrare di essere stato la scelta giusta di qualcuno. Nella quotidianità si fanno reali le parole scritte nero su bianco in un anonimo Curriculum Vitae, le competenze acquisiscono sostanza e le cosiddette soft skills mettono a fuoco la persona e il professionista. Ma è realmente così per tutti?

Quando a dover dimostrar qualcosa è una donna, allora le prove da superare si moltiplicano.

Michela, Rossella e Chiara, pur facendo lavori molto diversi, pur con mansioni e responsabilità nemmeno vagamente sovrapponibili hanno parimenti dovuto fare i conti con la pressione del “ma cosa vuoi capirne di *attività storicamente condotta da uomini*, sei donna!”. Quante volte si sono sentite chiedere il perché dietro la loro scelta professionale?

Ma com’è che una ragazza come te ha scelto di fare il falegname? Non si è mai sentito Giuseppa o Geppetta! Ah ah ah.

Sarà difficile essere all’altezza di chi ti ha preceduto. Avrai il polso necessario per gestire tutte le responsabilità? Non sarai troppo emotiva?

Se rappresenti solo il 6% di questo corso ci sarà una ragione, no?!

Ma che ne sai tu di meccanica!

Per quale motivo, nel 2021, è ancora così difficile comprendere che l’intelletto e l’ingegno non hanno sesso? Che il cervello è unisex, che la parità di genere in tal senso dovrebbe essere biologica. Non è sufficiente dover fare i conti con i pregiudizi legati all’aspetto estetico e con l’essere (o anche solo potenzialmente essere) mamma?

Una donna passa la propria vita professionale a sopportare battute da caserma, più o meno comprese e più o meno apprezzate, si sente spesso in dovere di giustificare un abbigliamento diverso dal solito, non c’è colloquio in cui non venga prima o poi posta la domanda relativa allo status di madre – quanto impegna, si ha una rete di supporto, esiste un’organizzazione consolidata, si pensa in un futuro di avere figli e così via; in molti ambiti, una donna non deve solo dimostrare di essere all’altezza di un compito, ma anche di esserlo almeno tanto quanto lo sarebbe stato un uomo. Come se fosse il parametro di riferimento assoluto.

Siamo talmente abituate a questa pressione che noi per prime tendiamo ad anticipare le obiezioni con delle giustificazioni non ancora richieste.

Stiamo combattendo le battaglie sbagliate: ci crocifiggiamo per far sì che i nomi delle professioni siano sistematicamente usate al femminile (sì, non ho scritta ingegnera prima, risparmiatemi il rogo), senza considerare che si tratta solamente della punta dell’iceberg, della finitura superficiale. Parte che rappresenta ma che è ben lungi da essere il tutto. Dovremmo invece interessarci e preoccuparci della base, delle fondamenta. Il cambiamento deve partire dall’individualità di ciascuno, delle donne in primis.

Nessuna discolpa, nessuno sforzo addizionale: pretendiamo ciò che spetta a chiunque sia capace. Non esigiamo qualcosa perché siamo quota rosa, esigiamolo perché ce lo meritiamo, ce lo siamo guadagnato, abbiamo faticato come tutti (se non di più) per arrivare dove siamo arrivate.

Che mondo vogliamo per le nostre figlie? Nomi di professioni declinati al femminile o reale uguaglianza di trattamento economico e pari opportunità di accesso al lavoro e di carriera? Vogliamo che si sentano costrette a scegliere tra sfera lavorativa e sfera famigliare o che abbiano la possibilità di sentirsi gratificate come lavoratrici e come madri, esattamente come possono sentirsi oggi i padri? Vogliamo una fettina o tutta la torta?

L’obiettivo di tutte dovrebbe essere quello di demolire i pregiudizi, le abitudini sbagliate, le consuetudini radicate nei decenni, gli stereotipi – uno per tutti, la segretaria che porta il caffè all’Amministratore Delegato. Poi, solo poi, preoccuparsi di un nome o di un titolo al femminile.

Possiamo riuscire, partendo dalle basi, tutte insieme. Uno sforzo collettivo che ci ha permesso di svestire i panni dell’angelo del focolare che ci è stato cucito addosso nei secoli, che ci ha dato il diritto di esprimere il nostro parere politico e che ci ha permesso di avere una voce.

Lavoriamo affinché una bambina possa vestire di azzurro e possa sognare di fare il pompiere e affinché nessuno trovi mai stonato un colore o un desiderio. Facciamolo nella quotidianità, nell’educazione che diamo ai nostri figli. Facciamolo tutti insieme, senza schieramenti. Piantiamo nuovi semi nell’immaginario collettivo e confidiamo che un giorno non ci sarà più bisogno dei movimenti #unadonna o delle grammar nazi di genere.

 

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Il XXV Aprile non è solo una giornata di commemorazione, ma è anche un momento di festeggiamento. C’è bisogno di festeggiare di anno in anno l’essersi liberat* da qualcosa di davvero spiacevole, un po’ come l’essere guariti da un cancro. La “frase fatta” a cui tutt* noi ogni anno pensiamo per cui la conoscenza della storia ci aiuterebbe a non ripetere gli errori del passato non smette di avere efficacia, però va considerata in un’altra maniera. È difficile immaginare di veder tornare il fascismo e gli altri totalitarismi nello stesso modo in cui hanno avuto luogo un secolo fa. Umberto Eco nel suo breve testo sull’“Ur-fascismo” (o fascismo eterno) scrive che non possiamo aspettarci che qualcuno esprima apertamente di voler riaprire Auschwitz o voler vedere di nuovo le camicie nere sfilare nelle piazze. Magari fosse così facile riconoscere i fascismi. Oggi si insinuano in maniera molto più sottile e non è semplice smascherarli. Pensiamo e sentiamo spesso dire che oggi non ci sono più le grandi narrazioni. Abbiamo lasciato un vuoto che prima era riempito dai miti della nostra cultura e puntualmente vediamo svariati tentativi di andare a riempire nuovamente quei vuoti con discorsi vaghi, che alludono a una verità da scoprire o a una saggezza tradizionalista, promettono un riscatto o un’appartenenza. Per ostinazione, per  testarda convinzione, continuano a esistere questi discorsi che rincorrono il mito, ma non potrebbero mai arrivare a riempire il vuoto che il mito ha lasciato nella nostra cultura. Starebbero scomodi in quel posto, sarebbero una specie di bug nella storia, per meglio dire: un anacronismo. Questi discorsi, per quanto fuori luogo, hanno comunque una loro efficacia. Non sono, purtroppo, del tutto innocui. Il bisogno di riempire quel vuoto e sentirsi parte di un gruppo sociale forte e vincente sono connaturati alla storia dell’umanità e le ideologie esercitano, per questo, un grande fascino. Le ideologie, chiamiamole post-mitiche, non rappresentano un pericolo solamente perché trasmettono un invito all’azione immediata e non pensata. Sono dannose soprattutto e già solo per il fatto che violano la razionalità. Voltaire scriveva che l’entusiasmo è l’opposto della ragione e che esso può produrre vibrazioni così violente nei nervi da distruggerla completamente. Non sono questi i discorsi e i pensieri entusiasti quelli per cui i nostri nonni e le nostre nonne si sono sacrificat*. I post-miti non ci  rendono liber* e lo strumento che, al contrario, ci guida verso una continua Liberazione è la ragione. Il pensiero razionale è la nostra difesa nei confronti dei fascismi eterni e, viceversa, noi con un atto di volontà, dobbiamo essere la difesa della ragione contro di essi, prima che questi la distruggano completamente. Per far sì che ciò avvenga, è necessario che la nostra generazione erediti il compito della Liberazione. Dobbiamo chiederci se abbiamo la volontà di renderci noi stess* in primo luogo responsabili della nostra liberazione, se vogliamo continuare a liberarci, a tenerci liber*, liber* nel pensiero, per guarire anche dai quei cancri che intaccano la razionalità. Questo processo, questa lotta tra l’entusiasmo e la razionalità non avrà presumibilmente una fine, come non ha avuto un inizio. Si tratta di due dimensioni connaturate all’uomo, ma proprio per questo, cioè per mantenere la nostra umanità, è importante non far soccombere la razionalità. È una fatica incominciata in Grecia tanti secoli fa, rinata poi in Francia tra i salotti illuministi che hanno dato luogo a una rivoluzione ed ereditata dai nostri nonni e dalle nostre nonne, con grande, immenso coraggio. Ma ora tocca a noi. Siamo noi che dobbiamo avere il coraggio di servirci della nostra intelligenza, come vorrebbe Kant. Se vogliamo davvero festeggiare la Liberazione, allora dobbiamo renderci in prima persona responsabili della nostra libertà.

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Il primo posto sul podio degli strumenti di comunicazione ad oggi più utilizzati è indubbiamente riservato alle piattaforme social. Con l’espressione social network si indicano tutte quelle piattaforme che consentono di instaurare un contatto virtuale tra gli utenti che ne usufruiscono.

 A differenza delle realtà relazionali che intercorrono offline, quelle online non si scontrano con le difficoltà che quotidianamente si possono riscontrare, come ad esempio: le distanze geografiche, completamente annientate dalla rete che consente di comunicare ovunque nel mondo, non esistono gli imprevisti perché, per fare un altro esempio, non devo uscire per venirti a trovare quindi non troverò traffico e con il tempo che il quotidiano ci richiede, mentre ci destreggiamo tra lavoro, famiglia e tanto altro, a volte può diventare complicato il dedicarsi ai rapporti.

Insomma, il social permette e facilita il relazionarsi.

L’interazione e la comunicazione all’interno di queste piattaforme avviene mediante la condivisione di contenuti testuali e non solo, anche tramite immagini, video e audio. Quello che ci viene richiesto per accedere e poter usufruire di un social è la registrazione, indicando il nostro nome e cognome e diventando così ufficialmente un cittadino di una determinata comunità web.

Da dove inizia il nostro relazionarci? Ovviamente il primo passo è la propria presentazione! Un qualcosa che dica agli altri utenti chi siamo. Inizieremo dandoci un’immagine, trovando una foto profilo che ci permetta di essere identificati dagli altri e che allo stesso tempo ci rispecchi.

E bene si, seppur su suolo cibernetico il concetto di identità resta comunque fondamentale. Un social network è un’ambiente sociale e così come nel mondo esterno anche all’interno della rete avremo una nostra identità, un’identità social-e.

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L’8 marzo è sempre. È sempre il momento di fare un bilancio della situazione femminile in Italia e nel mondo, perché resta una questione urgente. Nel nostro Paese, i femminicidi  rimangono un fatto di cronaca anche in questi stessi giorni. E la macchina giuridica deve continuamente stare al passo con i reati legati all’uso della tecnologia che hanno come vittime le donne. In più, quest’anno, a causa della pandemia, la disoccupazione femminile è aumentata e le misure restrittive per il contenimento del contagio hanno portato a un escalation delle violenza domestica.

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Per celebrare la giornata delle donne perché non uscire dai soliti schemi e non parlare di progetti dedicati ad esprimere amore per noi stesse e che aiutano a far crescere la nostra autostima?

La solidarietà tra donne è più vicina a noi di quanto possiamo immaginare. Oltre alle varie associazioni presenti sul territorio che offrono servizi specifici a chi ne ha bisogno, proviamo anche a prendere in considerazione in modo sano i social a nostra disposizione per infonderci le good vibes di cui abbiamo bisogno.

Instagram, per esempio, tra la giungla di post patinati, offre degli spunti assai coinvolgenti nel promuovere un buon approccio verso il nostro benessere e la cura di noi stesse. Questo è il caso di pagine come DM Now e Freeda, i cui editoriali ci aiutano ad avere fiducia nelle nostre potenzialità, a non farci abbattere dalle difficoltà e ad amarci sempre. Se questi post possono sembrare semplici, in realtà racchiudono un’enorme libertà, ovvero quella di non farci sentire sole ed accrescere la nostra autostima, quest’ultima elemento fondamentale per rafforzarci e ribellarci, di conseguenza, agli stereotipi e alle imposizioni dettate da altri. Questi account ci insegnano che solo noi abbiamo il potere di cambiare le cose ed accettarci così come siamo, di accoglierci nelle nostre fragilità e capacità senza farci condizionare da opinioni esterne.

Dm Now by Donna Moderna ci offre pillole quotidiane sulle diverse abitudini da provare per allenare al meglio cuore e mente, su come meditare e renderci più ottimiste, sulla nostra crescita professionale e su come migliorare i rapporti nel lavoro, in famiglia e tra amici per costruire, gradualmente, un nostro personale equilibrio. Inoltre, temi come l’inclusività e l’anti body-shaming riflettono la mission di questo account firmato gruppo Mondadori.

Sulla stessa onda si trova Freeda, ben nota testata cara a tutti gli attivisti dei diritti umani, dell’affermazione delle donne, dei diritti LGBT e di tutte le forme di integrazione contro ogni forma di razzismo. Quello che caratterizza questa pagina - e che tutti noi dovremmo segnarci - è l’accendere i riflettori sulle persecuzioni e le conquiste delle donne dai secoli scorsi al giorno d’oggi. Perché l’8 marzo, come il 25 novembre, deve esistere ogni giorno e il taglio biografico e storico dato da Freeda, con un linguaggio diretto e senza mezzi termini è qualcosa di immediato e che scuote le coscienze.

Avvenimenti recenti come quelle dell’imprigionamento della principessa Latifa, del movimento LGBTQAI+ (eh si perché molte donne si identificano in questo movimento, e non sono meno donne di altre!), delle violenze psicologiche a cui siamo sottoposte e come riconoscerle, delle rievocazioni storiche dei movimenti storici quali il No-Bra del 1969, della legge sull’aborto e della persecuzione delle donne uiguri in Cina, ci ricordano che tanta strada deve ancora essere percorsa per raggiungere un mondo libero da ogni discriminazione.

Per quanto riguarda un approccio solidale tra donne nel mondo professionale, CareerLeadhers è sicuramente una web community tutta al femminile, affidabile ed accogliente, dove chiedere consigli lavorativi a donne professioniste senza essere giudicate. Questa community ogni settimana viene supportata su Linkedin dalla fondatrice Federica Segato attraverso una rubrica in cui parla di una donna e la sua storia di successo. Storie incredibili e motivanti, da quella di Opra Winfrey a quella di Maria Grazia Chiuri, stilista per Dior. In questa community si trovano anche le sezioni dedicate a tips pratici, mindset, networking e masterclass.

E parlando di donne generose, non scordiamoci di coloro che, in vista della Festa della Donna creano delle aste benefiche a favore delle associazioni che difendono le donne. Un esempio è Deborah di De -Luxe Treviso, che ha messo all’asta una sua borsa griffata per devolvere tutto il ricavato a DoppiaDifesa, fondazione che assiste donne vittime di violenza. Anche questa volta, la forza, benefica, dei social, dato anche il periodo storico, trova una sua concreta realizzazione!

Non smettiamo mai di crescere!

 

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Il bullismo è un fenomeno ben noto, anche se purtroppo sottovalutato ed etichettato spesso come “bravata” o “cose da ragazzi”, minimizzando un problema serio e diffuso. A caratterizzare il bullismo è lo stato potere e controllo che il bullo assume nei confronti di un altro soggetto, considerato più debole o diverso e per questo soggetto a violenza, che può assumere varie forme, da quella verbale a quella fisica.

Il cyberbullismo risponde allo stesso intento, ossia insultare ed umiliare un altro individuo per elevare il proprio status. Le modalità con le quali il cyberbullismo si realizza derivano dall’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dal web, tra i quali i social network (Facebook, Instagram, Twitter, YouTube …) e le applicazioni di messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram, WeChat, Messenger …).

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 Un po’ per caso e un po’ (forse) per destino, durante uno di quei soliti aperitivi riassuntivi dopo mesi di assenze reciproche, vengo a conoscenza della Lega del Filo d’Oro.

Era qualche anno fa, durante una di quelle giornate primaverili romane dove il sole comincia a diventare estivo e le giacche ad essere portate per mano, finalmente riesco a vedere Silvia, una mia grande amica terapista specializzata in neuropsicomotricità infantile, che decide di raccontarmi una delle sue ultime esperienze di vita, una di quelle che si attaccano addosso e lasciano il segno.

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7 febbraio 2021: quinta giornata nazionale contro il bullismo a scuola

Quest’anno ricorre per la quinta volta la giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo e, come sempre, non mancano iniziative di sensibilizzazione. Le scuole di ogni grado sono coinvolte in progetti e campagne che auspicano in una prevenzione del fenomeno tra ragazz* e aiutano gli adulti a venire a conoscenza di eventuali problematiche in atto.

Lungi dal criticare l’approccio di queste metodologie, in quest’articolo si vuole esplorare un approccio diverso: la P4C.

La P4C, philosophy for children è una valida strategia per combattere bullismo e cyber bullismo, ma oggi trova solo poca occupazione nelle scuole.

Si tratta di una pratica filosofica nata negli USA con Matthew Lipman alla fine degli anni Sessanta. La pratica filosofica è un’attività che presuppone un esercizio attivo del pensiero e quando a essere coinvolti in quest’esercizio sono i bambini, si parla di P4C. Non si tratta affatto di insegnare una filosofia “semplificata” per bambin*. Si tratta di creare un tempo e un luogo in cui bambini e bambine possano esercitare il pensiero. Cosa per cui non è necessaria nessuna nozione pregressa sui grandi filosofi della storia europea.

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Nei giorni successivi all’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo in giro per Parigi si vedevano manifesti con la foto di Voltaire e la scritta “Je suis Charlie”. In quel periodo, il ritratto del patriarca dei lumi è stato esposto nella Sala del Papa di Versailles e il Trattato sulla Tolleranza ha avuto più di qualche riedizione divenuta bestseller. In questi ultimi mesi si è tornato a parlare dell’argomento dopo la decapitazione del professore di Parigi che aveva mostrato in classe le vignette del giornale satirico che avevano scatenato la vendetta da parte degli integralisti islamici.

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In questi giorni mi sto dedicando alla lettura di un saggio, “L’arte di Amare”, scritto da Erich Fromm, psicanalista del ‘900. Rimasi colpita inizialmente già dal titolo, e dal suo aver accostato la parola arte al verbo amare. Per arte si intende un atto creativo, ovvero di creazione e modellamento di un qualcosa, è un’azione che comporta intenzionalità e impegno. Inoltre, indagando sul senso della parola stessa, sono venuta a conoscenza che ha un’altra eccezione. In sanscrito arte vuol dire “andare verso”. Non deve essere un caso quell’accostamento di parole nel titolo scelto da Fromm per la sua opera dato quello che con essa si propone di sostenere. L’autore offre un’analisi di come molto spesso il sentimento dell’amore venga letto in una chiave egoistica ed egocentrica.

Ma facciamo un passo indietro, da cosa nasce il bisogno umano d’amore? Stando alla versione data da Fromm, la continua ricerca d’amore dell’essere umano come un bisogno che deriva dal nostro essere consapevoli della nostra stessa solitudine nel mondo. Siamo così spinti a ricercare e creare quell’unione di cui per natura e intelletto abbiamo bisogno. Agli occhi dei più romantici, sembrerà una prima lettura un po' troppo razionalizzata e distaccata, ma posso dirvi che ho proseguito con la lettura e nonostante io sia tendenzialmente uno spirito romantico, la visione proposta dall’autore trova un senso davvero molto profondo.

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La creazione di questo nuovo istituto con legge 76/2016 è avvenuta sotto la forte spinta della CEDU (ancora nel 2010 e poi nuovamente nel 2015), che aveva rilevato come in Italia mancasse qualche tipo di tutela di un’unione familiare fra soggetti dello stesso sesso.

Così, al fianco dell’istituto del matrimonio, nel Codice civile appare l’unione civile, con la quale una coppia (non necessariamente costituita da due soggetti dello stesso sesso, essendo possibile l’unione anche alle coppie eterosessuali) regolarizza il proprio status. Possiamo elencare le principali differenze fra i due istituti, individuando in questo modo le ragioni per cui il Legislatore non ha preferito estendere semplicemente il matrimonio a persone dello stesso sesso.

L’unico regime patrimoniale ammesso è la comunione dei beni; il divorzio è ammesso anche solo per volontà di una delle parti (anche se non è specificata una procedura in caso di dissenso), mentre la separazione non è contemplata; non sono stati estesi il lutto vedovile, il dovere di fedeltà (sul quale si fonda invece il matrimonio civile); non si istaurano rapporti di affinità; non è possibile l’adozione o l’affido.

Risulta chiaro che il Legislatore immaginava questo rapporto nascente dalle unioni civili come fine a se stesso e non improntato alla creazione di una famiglia, così come intesa e tutelata dalla Costituzione ex art. 29, per il quale la famiglia è fondata sul matrimonio e sulla capacità potenziale a generare.

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Dismorfia di un’anima

Di Silvia Severi

Vorrei partire da una premessa necessaria data la delicatezza dell’argomento: Non essendo una specialista ogni argomento qui trattato è elaborato esclusivamente da un punto di vista umano.

Recentemente sono stata invitata a firmare una petizione per l’inserimento dei disturbi del comportamento alimentare, in abbreviato DCA, nei LEA, altra abbreviazione che sta ad indicare i Livelli Essenziali di Assistenza.

Cerchiamo ora di scoprire insieme cosa si nasconde dietro queste sigle.

Partiamo dalla prima nozione, cosa sono i disturbi del comportamento alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare sono patologie caratterizzate dall’alterazione delle abitudini alimentari. Il cibo e la relazione con esso è la concretizzazione pratica di una sofferenza non fisica e visibile, ma intangibile e nascosta nell’anima della persona.

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Sapere che durante uno dei periodi più duri e bui della storia moderna, qualche spiraglio di luce riesce a fare capolino, riempie di gioia testa e cuore. E sicuramente una ventata di aria buona e di grande coraggio l’ha portata questa estate l’inaugurazione del Lazzarelle Bistrot nel centro di Napoli.

Una realtà già conosciuta nel territorio partenopeo, che adesso finalmente vede nuova vita fuori dalle mure circondariali.

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25 novembre: giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Di Giulia Piccolo

Ogni volta che si parla di questa ricorrenza, due domande, collegate fra loro, mi vengono alla mente: perché serve una tutela speciale per la violenza contro le donne? E, chi è il soggetto violento?

 

Inasprire la legge sugli abusi e farla diventare una norma contro l’odio di genere serve. Serve perché è necessario evidenziare un problema esorbitante, che sta sotto gli occhi di tutti, e che tutti spesso fanno finta di non vedere.

La legge 69/2019 è definita “Codice Rosso”, nome che da una parte indica la gravità e dall’altra anche la necessità di adottare tempestivamente provvedimenti di protezione.

Questa legge introduce delle novità, sia creando nuove fattispecie di reato, sia modificando le procedure susseguenti la denuncia. Tra i vari reati che rientrano nella macrocategoria “violenza” troviamo ora lo sfregio permanente del volto, il matrimonio forzato e il cd revenge porn, ossia la pubblicazione, solitamente su social e siti internet, di foto e video a contenuto sessuale esplicito senza in consenso dell’altra parte. Il Codice Rosso si estende inoltre anche a tutti gli altri reati concernenti il genere della vittima, tra i quali maltrattamenti, violenza sessuale, atti sessuali con minori e atti persecutori (stalking).

Codice Rosso è immediatezza. Si prevede infatti che la Polizia, con una semplice notizia di reato, informi il Pubblico Ministero, senza formalità, quindi anche oralmente. Questo permette di accelerare l’iter di indagine, poiché in soli tre giorni la notizia di reato deve essere iscritta e nello stesso termine devono essere raccolte le informazioni dalla persona offesa. In questo modo, riducendo tutti i termini procedurali, è possibile per la macchina giudiziaria predisporre anche misure cautelari e di protezioni, perché l’obiettivo primario è la sicurezza della vittima. Ciò che è fondamentale è che la vittima non possa subire ritorsioni, non incorra in pericoli ulteriori.

Per fare questo è fondamentale, come prevede Codice Rosso, che le Forze dell’Ordine siano adeguatamente formate per prevenire e perseguire questo tipo di reati, così subdoli, difficili da individuare. La fiducia nelle Autorità è una condizione necessaria affinché questo meccanismo funzioni, per questo chi deve proteggere deve essere capace, preparato, sensibile.

Le persone che subiscono violenza da parte di familiari, compagni, persone che dovrebbero essere importanti nella loro vita, e trovano la forza per denunciare o sono aiutati da chi sia accorge della loro situazione, sono persone fragili. Hanno paura delle conseguenze delle loro azioni, delle loro denunce. Spesso provano vergogna nei confronti della loro condizione. Per questi motivi non devono e non possono essere lasciate sole e non devono essere prese alla leggera le loro parole.

Infatti, non sempre la violenza appare con riscontri fisici, come nel caso delle percosse. Violenza è anche e soprattutto la soggezione psicologica, il controllo, il clima di paura e la manipolazione. Una donna può non essere abusata fisicamente, ma essere comunque oppressa da un compagno morbosamente geloso, che controlla chi incontra, le vieta di frequentare determinate persone, sminuisce la sua persona, denigrandola.

 

Prendendo in considerazione i dati raccolti dall’ISTAT nel periodo marzo-giungo 2020 (consultabili nel sito dell’Istituto Nazionale di Statistica), si può notare come le denunce effettuate al numero 1522 in relazione al tipo di violenza subita riguardino in maggioranza la violenza fisica (3.004), e che la violenza psicologica è stata segnalata ben 2.258 volte (tav.13). Questi numeri, allarmanti, mettono proprio in evidenza quanto appena detto.

Non stupisce quindi che i motivi per cui una vittima non sporga o ritiri la denuncia (tav.16) siano proprio la paura del violento, la mancanza di un posto sicuro dove poter trovare rifugio e la mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine (alcune vittime dichiarano inoltre di non aver sporto denuncia a seguito proprio dell’invito delle forze dell’ordine). Anche se il primo motivo segnalato è il non voler compromettere la famiglia (969). Questo dato riprende il tema della vergogna, la paura di esporsi, di diventare oggetto di discussione e anche quel sentimento che molte vittime di violenza provano, ossia il fatto che si colpevolizzano di ciò che invece subiscono e di cui non possono quindi avere colpa.

 

Infine, riprendendo la seconda domanda dell’introduzione, chi sia il soggetto violento, la tav.21 fornisce la risposta più spaventosa e che purtroppo tutti conosciamo: il coniuge, quindi il convivente, figli e genitori. Sì, a farti del male è proprio chi ti dovrebbe amare sopra ogni cosa.

 

Cosa di può fare per migliorare questa situazione? Uno degli strumenti più efficaci è la sensibilizzazione, attraverso l’azione di associazioni, campagne, testimonianze: educare al rispetto, fin dalla giovane età, educare all’amore vero, quello che chiede di sostenere e non ferire o prevaricare, educare semplicemente.

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